Colui che ha saputo dare luce al buio: cena in Emmaus del 1601 di Michelangelo Merisi da Caravaggio.

Come riportato dai libri d’arte il tenebrismo è un movimento pittorico nato all’ inizio del secolo XVII in Spagna che ha in Italia un baluardo innovativo inamovibile che va oltre il barocco e le forme classiche con Michelangelo Merisi da Caravaggio, colui che ha saputo squarciare le tenebre con pennellate accecanti di luce. Il chiaroscuro in pittura si afferma con Leonardo da Vinci nel secolo XVI. I forti contrasti tra luce e tenebre portano il movimento ad esaltare illuminazione e profondità, come avviene per l’appunto nella cena in Emmaus del 1601. Caravaggio di fatto non inventò il tenebrismo ma il dualismo nelle sue opere esercitò grande influenza per tutta la generazione contemporanea e quella a venire. Pensiamo ad esempio alle suggestioni ereditate sugli artisti della cattolica Utrecht come Matias Stomer, Gerritvan Honthorst e Handrick ter Brugghen. Tra il 1640 e il 1642 l’artista francese Georges de La Tour sperimenta il tenebrismo in Maddalena penitente (1640 ca) e San Giuseppe falegname (1642) con il particolare della luce della candela su sfondo scuro per ricreare un grande effetto. Giovanni Pietro Bellori uno dei suoi primi biografi ci ha tramandato di Caravaggio: “non faceva mai uscire all’ aperto del sole alcune delle sue figure, ma trovò il modo di imbrigliarle entro una camera chiusa posizionando un lume alto, che scendeva a piombo sopra il corpo del soggetto, irrorato dalla luce e in risalto rispetto alle tenebre circostanti, per dare veemnza di chiaro e di scuro“. Con Caravaggio le storie diventano “nuove”, vengono private dal classicismo ridondante ereditato fino ad allora e la quotidianità viene rielaborata con canoni che stravolgono lo spettatore: pensiamo solo alla gestuale teatralità dei 4 protagonisti del quadro che raffigura Gesù colto nell’ attimo di rivelare la sua identità a due discepoli sotto lo sguardo calamitato del locandiere ritto in piedi curioso. Le mani della figura di destra realistiche e straripanti quasi ad uscire dal quadro seguono un percorso guidato dalla luce che si conclude alla sx con la figura che ha i vestiti lacerati all’ altezza del gomito. Capiamo subito di non avere a che fare con soggetti idealizzati, la tavola con i suoi risvolti pratici offre qualcosa di realistico a comuni commensali, colti in quella che alcuni hanno definito, una dissacrante rappresentazione fatta di persone in carne ed ossa che si percepiscono appena al di là della cornice. In molti cercarono ispirazione in quello stile, persino quell’Orazio Gentileschi e figlia (Artemisia che divenne più brava del padre) che si cimentarono a imitare più volte il famoso Giuditta che decapita Oloferne che era stato forgiato per ben due volte dallo stesso autore e che dovettero assistere alle speculazioni di Clemente VIII il Papa buono e riformatore che interessato a tutelare santa madre chiesa firmò più trenta mandati di morte per l’inquisizione compresa Beatrice Cenci e Giordano Bruno mandati a morte in pubblico ludribio nell’ arco di pochi mesi tra la fine del cinquecento e inizio seicento. Non c’è da stupirsi che in simile contesto decadente -ai tempi ROMA era si la capitale aristocratica del papato, ma ospitava tra le sue mura assassini, prostitute, vagabondi e tagliagole vari e assortiti-, in un clima paludoso e malsano dove il Tevere si ingrossava di cadaveri che sprofondavano nell’ ade dell’ ingiustizia, la sofferenza contestuale era destinata a suggestionare tutte le anime sensibili. Una involuzione oscurantista e un regresso economico che si respirava a pelle e che ogni artista dell’ epoca non poteva non rappresentare nelle sue opere. Se il seicento è un secolo di rottura netta tra il vecchio mondo e la nuova epoca lo dobbiamo anche al Caravaggio ribelle che ruppe senza indugio ogni classicismo consolidato e canone stilistico che la chiesa aveva interesse a portare avanti per celebrare la sua conclamata grandezza. La potenza espressiva di Caravaggio creò una schiera di appassionati seguaci tra cui come detto l’anticonformista Artemisia Gentileschi che riuscì a trasfondere nelle sue imitazioni tutta la rabbia per uno stupro subito quando giovanissima era ai primordi della carriera, male risanato da leggi parziali e discriminatorie di parte come era consono ai costumi dell’ epoca e le prestazioni sulle luci notturne di Georges de La Tour. Ovviamente il Merisi nato nel 1571 per essere consacrato all’ immortalità doveva avere un finale drammatico e oscuro come raccontato dai suoi quadri che spesso mostrano i tormenti della fuga dopo quel terribile evento del 1606 che lo costrinse a fuggire da Roma per evitare la pena capitale a causa di una stupida discussione di gioco con un troppo avventato antagonista innamorato della spada. Il carattere burrascoso e iracondo del genio di Caravaggio lo porto verso una fine miserevole nel 1610 dove in seguito a sfortunate vicende che gli fecero perdere i suoi lavori più preziosi che dovevano servire per farsi commutare la pena di morte, morì solo e affamato in una spiaggia toscana afflitto di malaria, a Porto d’Ercole, mentre la nave che avrebbe dovuto riportarlo in vita corre con il suo prezioso carico verso Genova.

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